VILLA CASTELLI

La nascita di un paese tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento

di Rocco Biondi

L’attuale centro abitato di Villa Castelli è nato nei primi anni dell’Ottocento come naturale conseguenza di una consapevole attuazione, da parte di Gioacchino Ungaro duca di Monteiasi, della teoria economica che propugnava la piccola proprietà contro la grande proprietà agraria.

L’Ungaro aveva infatti acquistato tre vaste masserie (1) dell’ex-feudo degli Imperiali di Francavilla, incamerato dal Regio Fisco Allodiale per mancanza di eredi diretti. Queste masserie, che insieme misuravano oltre mille tomoli, il duca aveva cominciato a concedere in enfiteusi perpetua a braccianti dei paesi vicini, tramite frazionamento in piccoli fondi, in media di tre tomoli, con l’obbligo di migliorarli.

Gioacchino Ungaro parla con grande entusiasmo di questa operazione in un suo libro del 1807 (2). Nel capitolo dedicato all’agricoltura scrive: In una gran tenuta, che io comprai non ha guari dal Regio Fisco Allodiale, che per ridurre a coltura erano appena sufficienti le ricchezze di Creso, quando col sacrificio di un solo in­teressato se ne volea trar profitto, l’impossibilità di poter migliorare la parte più sterile di questa tenuta m’impegnò a profonde meditazioni, e queste mi obbligarono a farne tanti piccoli censi colli naturali de’ paesi convicini. Scelsi a tal opera gente tre quarti ignuda sulla considerazione, che chi nulla possedeva, potea entrare solamente a quel gran cimento; animai questa gente, facendo concepire delle magnifiche speranze, perchè è pur la speranza la panacea universale, e con delle promesse che dovetti realizzare per loro e per mio vantaggio. Questa gente, che beveva acqua putrida e si nudriva di frutti secchi, e che era infettata da tutti que’ vizj che sono il corredo de’ selvaggi, fu da me utilmente rigenerata... Mercè questa vantaggiosa operazione, circa mille e duecento moggi di terra che mi fruttavano appena duecento ducati annui mi danno nello stato presente al di là di ducati duemila, e mi danno il piacere di veder sussistere per opera mia un migliajo d’individui che ho civilizzato (3). A questo punto in una nota a piè di pagina si legge: Questi valenti agricoltori han fatto fertile un terreno affatto sterile, perchè intieramente coperto di pietre. Questi agricoltori si possono meritatamente profondere di quegli stessi elogi che danno gli storici agli antichi abitanti dell’isola Egina: quest’isola egualmente sterile e petrosa, collo scavare il terreno e nettarlo di pietre, fu resa fertile, per cui gli abitanti meritarono il nome di Mirmidoni, che significa Formiche. - Strabone 1. VIII p. 258 (4).

L’Ungaro porta questa esperienza come esempio in difesa del partito dei piccoli proprietari, inserendosi nel generale movimento di riforme che in quegli anni pervadeva il regno di Napoli. Come la stragrande maggioranza dei rappresentanti della nobiltà e della classe intellettuale anche l’Ungaro, colpito nel suoi interessi dalla repressione borbonica del triennio precedente, aveva accolto con entusiasmo nel 1806 l’ingresso dei francesi in Napoli ed appoggerà attivamente i programmi di riforma portati avanti prima da Giuseppe Bonaparte e poi da Gioacchino Murat dal 1808 fino alla sua fucilazione nell’ottobre 1815.

Il decennio napoleonico è rimasto nella memoria e nella tradizione storica napoletana come un’età felice, come una parentesi di buon governo in mezzo a secoli di cattiva amministrazione (5).Il regno delle Sicilie - scrive Gioacchino Ungaro - sin da gran tempo avea preciso bisogno di un re di ottime intenzioni e dell’influenza, che può avere una regina dolce, illuminata e benefica... L’umanità de’ pensieri, la soavità de’ costumi, la benevolenza del cuore dei nostro ottimo re e della sua real consorte finalmente ci persuadono, che una tal coppia sia spedita a noi dal cielo per riparare questi bisogni, e per raddolcire la nostra sorte. Il passato governo che racchiudea in se tutte le cause possibili della sua distruzione, da per tutto ha seminato desolazioni…(6).  

Gioacchino Ungaro e l'agricoltura

Gioacchino Ungaro, fondatore di Villa Castelli, fu un signore dotto e liberale, appassionato cultore dei problemi economici ed agrari. Amico di Filippo Briganti, di Giovan Battista Gagliardo, di Vincenzo Cuoco, di mons. Giuseppe Capecelatro, e degli uomini più eminenti del regno di Napoli, l’Ungaro fu fervido sostenitore della piccola proprietà non solo nei suoi scritti, ma anche nella sua azione pratica (7). Fu vice presidente della Regia Società di Agricoltura di Terra d’Otranto e nella seduta d’insediamento di essa, celebrata il primo novembre del 1810 (8), lesse un importante Progetto per la conoscenza dell’efficacia, e carattere de’ vini che si producono dalle uve diverse, e del maturo delle stesse per istabilire con vantaggio la piantagion delle vigne (9).

L’Ungaro sostiene che sono molti i mali che affliggono l’agricoltura del regno di Napoli e che le cause principali di questi mali sono tre: l’ignoranza de’ nostri villani che coltivano per istinto e per abitudine; l’allontanarsi dei grandi proprietari dalle proprie terre, anche essi ignoranti abbandonano i campi alla discrezione di gente infedele per trasferirsi nella capitale, o aspirando di divinizzarsi coll’onore del libro d’oro, o per nascondere nella moltitudine e nella confusione le proprie debolezze; la scarsezza delle nascite, infatti mancano gli uomini che sono il primo mobile dello stato (10).

Malgrado però queste ed altre cause negative, sostiene ancora l’Ungaro, noi abbondiamo di ogni sorta di biade, di vini, di olj, di cotoni, di lane, legumi, carne, formaggi etc. (11). E necessario perciò che il governo non guardi più con indifferenza l’agricoltura, ma la protegga e l’aiuti; senza le cure del governo ogni sforzo indicherà ciocchè dovrebbe farsi e quello che non si farà giammai (12).

L’Ungaro oltre ai tre inconvenienti sopra riportati, che arrestano la fertilità delle nostre terre, ne descrive moltissimi altri. Ritengo sia opportuno elencarne alcuni, in quanto proprio per l’eliminazione di essi si impegnò fattivamente Gioacchino Ungaro nelle sue vaste tenute di Monteiasi e nelle tre masserie che acquistò nel territorio che successivamente prese il nome di Villa Castelli. Ecco in sintesi tali inconvenienti: abbandono in cui si lasciano nelle provincie i piccoli proprietarj e gli agricoltori: ivi, la classe più utile dello stato, lungi da esser protetta e premiata, è il bersaglio degli assassini, degli esattori fiscali, delle squadre de’ tribunali, de’ scrivani e della truppa che gira per la conservazione dell’ordine e delle proprietà. Sinora è stato per noi un problema, se più rovina portasse all’agricoltore un assassino o la squadra che l’inseguisse (13).

Inoltre, la mancanza de’ soccorsi fa restare nelle provincie molte terre incolte e moltissime pessimamente coltivate. Le cattive raccolte e tante altre disgrazie volontarie ed involontarie fan sì, che per non lasciare i campi incolti debbasi ricorrere a’ soccorsi che danno i negozianti; e quando si è venduto il prodotto, del futuro raccolto a prezzi, così detti, alla voce, allora la rovina del proprietario e dell’agricola è già compita (14). Deve essere quindi ingaggiata una dura lotta contro gl’infami contratti d’usura (15).

L’uomo viene premiato in ragione inversa dell’utile che produce. E’ la triste realtà dei privilegi nobiliari. I privilegi invece non dovrebbero essere ereditari e perpetui, ma dati in ragione del merito, o meglio ancora dovrebbero essere accordati solo alla classe dei produttori (16).

Il legame che soffre fra noi il commercio de’ grani, avvilisce i prezzi di questa derrata; e questo avvilimento rovina e gli agricoltori e l’agricoltura (17). Non viene proposta una liberalizzazione illimitata a questo commercio, ma si invita il governo ad esperire tutti i mezzi per equilibrare il mercato ed eliminare monopoli e contrabbando (18).

Denuncia, ancora, la mancanza di mercati che assicurino uno sbocco agli agricoltori per la vendita dei loro prodotti (19) e l’inefficienza della viabilità (20).

I proprietarj che vivono lontani dalle loro terre senza affittarle, producono un danno all’agricoltura, non solo per la scarsa produzione de’ frutti, ma ancora perchè le spese di amministrazione assorbiscono una gran parte delle rendite. Le leggi dovrebbero favorire gli affitti, e specialmente gli affitti a tempo lungo (21).

Concessione in enfiteusi del territorio di Villa Castelli

Coerente con questo ultimo enunciato Gioacchino Ungaro cominciò subito a concedere in enfiteusi perpetua i terreni appartenenti alle tre masserie che aveva acquistato nell’anno 1793 nel territorio di Villa Castelli, frazionandoli in tanti piccoli appezzamenti (22).

Nel 1796 vengono stipulati ben 80 di tali contratti presso il notaio Michelangelo Gioia di Ceglie; il primo porta la data deI 6 marzo e l’ultimo del 21luglio (23).

Trascriviamo ampi stralci dal primo contratto stipulato tra il duca Gioacchino Ungaro, tramite il suo procuratore sacerdote don Dionisio Greco di Ceglie, e Vitantonio Gianfreda anch’egli di Ceglie. Le clausole di questo contratto verranno ripetute integralmente, con solo qualche piccolissima variante formale, in tutti i contratti successivi.

Il suddetto don Dionisio Greco spontaneamente asserisce nella nostra presenza, come detto signor duca suo principale tiene, e possiede una tenuta di terre chiuse denominata la pezza della Corte con vari alberi di olivi; site nel feudo di Francavilla, recentemente acquistate dal Regio Fisco Allodiale di Francavilla suddetto, giusta li suoi notorj confini.

E perchè detto signor duca non può attendere, nè far attendere alla migliorazione dei terreni suddetti, si risolse perciò quelle dare, e concedere a migliorare sotto annuo perpetuo canone, o sia censo enfiteutico, e colle diligenze pratticate, si convenne col suddetto Gianfreda di concedere allo stesso tomola sei, e stoppelli sei di dette terre...

E questo sotto il suddetto annuo canone, o sia censo enfiteutico perpetuo di docati nove, e grana quarantacinque in monete di argento; e sotto l’infrascritti patti, vingoli, condizioni,  e riserve, vidilicet.

Primo: pagabile il suddetto annuo perpetuo canone…, in ogni anno, et in perpetuum, e fare il primo pagamento nel dì quindeci del mese di agosto dell’anno mille settecento novantasette, non ostante, che da oggi suddetto giorno esso Gianfreda ne prende il possesso… e non ostante ancora qualsivoglia impedimento di peste, e guerra...

Secondo: che mancando il suddetto Vitantonio Gianfreda presente, suoi eredi, e successori dal pagamento del suddetto annuo perpetuo censo… per tre anni continui per qualsivoglia causa, anche fusse giusta… cadono dalla suddetta concessione, ed il suddetto territorio, come sopra, censuito, si devolva, e sia… devoluto a beneficio di esso signor duca concedente, suoi eredi, e successori; e sia lecito alli medesimi quello di pigliarsi colli miglioramenti che in esso si troveranno fatti…

Terzo:  che detto Gianfreda presente, suoi eredi, e successori siano tenuti, e debbano, siccome il medesimo Vitantonio Gianfreda promette, ed obbliga se stesso, suoi eredi e successori migliorare dette tornola sei, e stoppelli sei di terre, ut supra, in enfiteusi concessoli, con piantare in esse alberi fruttiferi, viti, etc.  frà lo spazio di cinque anni continui decorrenti dal dì quindeci del mese di agosto corrente anno mille settecento novantasei; di maniera, che infine di detti anni cinque fussero dette terre intieramente ridotte a perfetta coltura…

Quarto:  che la concessione suddetta, ed il natural possesso di dette terre non s’intenda in modo, o tempo alcuno trasferito a detto concessionario, suoi eredi, e successori, e non meno vi si possa acquistare jus alcuno dalli loro creditori anche pniviligiati fussero; ma il dominio predetto sempre s’intende, e resta espressamente riserbato a beneficio di esso signor duca concedente, di lui eredi, e successori.

Quinto: si stabiliscono le condizioni per una eventuale alienazione delle terre concesse.

Sesto: che gli eredi, e successori in perpetuum di detto concessionario non possano, nè debbano dividere frà loro detto annuo canone di docati nove, e grana quarantacinque per la quota ereditaria, ma fussero tenuti, come lo stesso concessionario obbliga se stesso, di lui eredi, e successori al pagamento in solidum per intero e non già pella suddetta quota ereditaria, al qual beneficio esso Gianfreda con giuramento rinuncia.

Settimo: che nelle annate, che il medesimo Gianfreda, suoi eredi, e successori seminassero grano, ed avena in dette terre, la paglia nascente da dette vettovaglie, purchè non servisse per uso delle loro proprie cavalcature, siano tenuti, come si obbliga con giuramento detto Gianfreda, di lui eredi, e successori darla in perpetuum a detto signor duca concedente…

Ottavo: che fusse tenuto, ed obbligato detto signor duca concedente per lo spazio di anni otto da oggi decorrenti dare al nominato concessionario Gianfreda, e alli di lui eredi, e successori, e famiglia dei medesimi l’uso dell’acqua per bere, e cucinare nella foggia nuova; o dove più li piacera;…

Nono: che siccome tutti li passaggi locali, che si richiedono per condursi li concessionarj ne’ respettivi loro poderi si devono lasciare da esso si­gnor duca concedente, così li stessi restano intieramente a beneficio del medesimo;…

Decimo:  che venendosi a farsi oliveto nei terreni predetti da portar frutto; esso Gianfreda, di lui eredi, e successori siano tenuti, ed obbligati macinar quello nel trappeto del menzionato signor concedente duca...; Pari inteso, che siccome il nominato signor duca concedente, di lui eredi, e successori darà un commodo di rimettere per ogni cinque persone, o sei di detti concessionarj il loro frutto delle olivi nei cameni proprj gratis; così esso Gianfreda, e di lui eredi, e successori debbano restar le nozze nascenti da dette olivi a beneficio del medesimo signor duca, di lui eredi, e successori anche gratis.

Undecimo: Possiede il nominato signor duca una niviera nella masseria denominata l’Antoglia contigua a detti terreni conceduti tanto al suddetto Gianfreda, che agli altri naturali di essa terra di Ceglie; e facendosi il caso di cader nevi da raccogliere, il medesimo Gianfreda obbliga se stesso, suoi eredi, e successori andare a raccogliere, ed a battere detta neve raccolta in detta niviera; ed il prefato signor duca concedente, di lui eredi, e successori pagare a raccoglienti, e battitori la giusta mercede, come pagherà gli altri fatigatori sjstenti nella raccolta, o battitura di detta neve; dandogli le stesse a seconda di detto mestiere; e facendosi tutto ciò per lo più sollecito disbrigo di empirsi la niviera suddetta secondo le regole dell’arte.

Decimo secondo: si stabilisce che in caso di piantagione di alberi bisognerà rispettare una distanza di palmi quindeci dal confine.

Decimo terzo: che detto concessionario od enfiteuta fuori del suddetto annuo canone… non è tenuto a pagare altra imposizione…

Decimo quarto: che detto concessionario volendo in dette terre a tempo proprio metter fuoco, che gli sia lecito farlo; ma prima però sia tenuto, siccome con giuramento si obbliga far inteso due giorni prima detto signor duca;…

Decimo quinto: che fusse tenuto detto signor duca,… in tutti li giorni festivi dell’anno far dir la messa nella cappella sjstente nei Castelli da un cappellano eligendo da lui, ed a sue proprie  spese;…(24).

Circa dieci anni dopo questa spartizione dei suoi vasti terreni tra tanti piccoli enfiteuti, Gioacchino Ungaro è talmente entusiasta dei buoni risultati conseguiti che esclama con orgoglio: Felici popoli, quando i gran proprietari possedessero l’incantesimo di saper arricchire nel tempo stesso i loro simili e le loro famiglie. Chi vuol far pompa di eloquenza e di erudizione per sostener il partito de’ gran proprietarj e non credere all’esempio addotto, vada egli pure nella provincia di Lecce; e quando vedrà tra i sassi de’ giardini deliziosi, dica senza timor di mentire: questa è l’opra de’ piccoli proprietari, e questa terra appartiene pure al duca di Montejasi (25).

Carlo Ungaro, succeduto al padre Gioacchino nella proprietà, seguì la sua stessa politica e continuò a dividere fra vari enfiteuti le terre che ancora gli rimanevano. Sono dell’anno 1823 quattro strumenti rogati dal notaio Domenicantonio de Vincentiis di Taranto, con i quali venivano assegnate in enfiteusi perpetua 38 partite, in media di tre tomoli ciascuna. Le prime sette partite di terre incolte appartenevano alla masseria Li Castelli e propriamente alla pezza detta il Lezzito (26). Anche altre sedici partite appartenevano alla masseria Li Castelli, ma erano situate nella pezza detta il Barco (27). Cinque partite, anch’esse della masseria Li Castelli, si trovavano nella pezza detta sotto la Battaglia (28). Ed infine altre dieci partite appartenenti alla masseria Antoglia e Castelli erano collocate nella pezza nominata Rascinola (29). Procuratore di Carlo Ungaro per i quattro atti fu il cavaliere Giantomaso Marrese, proprietario domiciliato in Monteiasi.

I primi tre atti furono redatti il 2 marzo 1823 nella masseria Li Castelli, infatti così recita la parte finale del primo atto: Fatto, e stipulato nella masseria delli Castelli, di proprietà del sig. duca di Monteasi, distretto di Francavilla, provincia di Terra d’Otranto, nell’abitazione della stessa, nella camera di letto a man destra della sala, corrispondente alla parte di tramontana. La stessa formula verrà ripetuta negli altri due atti. Gli enfiteuti erano tutti naturali e bracciali del Comune di Ceglie, solo don Leonardo Greco era sacerdote. Il quarto atto fu redatto in Grottaglie il 1° maggio 1823; gli enfiteuti erano tutti campagnoli di Grottaglie.

Per il pagamento dell’annuo canone si obligano essi censuarj ogni uno per la sua quota darlo, e pagarlo in ogni anno nel comune di Montejasi, o sopra luogo in mano del fattore, o al signor duca, o a chi ne farà le veci, unica soluzione in ogni dì quattordici di agosto per ciascheduno anno, di moneta d’argento corrente di questo regno, in esclusione di qualunque carta, o altra forma prescritta, o prescrivenda dal governo…(30).

L’indispensabile assidua presenza sulle terre dell’Ungaro di tanti contadini, nullatenenti altrove, cominciò a portare come conseguenza la necessità per questi ultimi di trasferirsi con le loro famiglie dai loro paesi di origine nel luogo che dava loro da vivere. Cominciarono a sorgere nelle campagne ed intorno al palazzo ducale dimore dall’architettura a trullo o tipo trullo (3l).

La Cappella del Crocefisso

L’accrescersi continuo e spontaneo di case ed abitanti pose gradatamente problemi di ordine civile e sociale. Inizialmente a tali problemi cercò di dare soluzioni il duca stesso. E’ del 21 luglio 1823, ad esempio, un atto redatto dal notaio Domenicantonio de Vincentiis di Taranto, con il quale Carlo Ungaro, tramite il suo procuratore e cognato Giantomaso Marrese, effettuava una donazione a favore della cappella del Crocefisso, da lui stesso fatta costruire negli anni precedenti nella masseria li Castelli (32). Nell’atto si legge: il Marrese ha dichiarato, come dichiara, che possedendo il detto suo cognato, la masseria nominata li Castelli, nel tenimento di Francavilla, di molta estensione di terre; e per la coltivazione, e buona manuntenzione delle stesse, molti individui di diverse parti han dovuto colà istallarsi, col censirsi le dette terre, ... e per cui han colà costruite delle molte case rustiche ad uso di loro abitazione.       

E comecchè il detto signor duca riflettè, che senza di una cappella grande, comoda, ed atta a quella popolazione per il culto divino, non altrimenti potea egli godere gli effetti della Divina Provvidenza: facendo ascoltare a tutti quelli individui il sacrificio della messa quotidiana; così risolse di edificare la cappella sudetta, sotto il titolo del Santissimo Crocefisso…, e per sua vera divozione egli ha inteso di assegnare alla stessa, quella rendita confacente alla celebrazione sudetta, tenendovi colà un cappellano continuo.

E perciò…, ha donato, come dona irrevocabilmente tra vivi a beneficio della cappella sudetta già costruita,… non solamente il fondo, dov’è stata la medesima situata; ma eziandio tutte le spese ero gate sì nella costruzione, che nell’addobbamento, già fatto…

Inoltre.., ha dotato, come dota, ed assegna alla cappella medesima, l’annua rendita di docati settanta due, per celebrarsi la messa quotidiana perpetua…

E per cautela e sicurezza di detti annui docati settanta due... ha ipotecato, come ipoteca in specie la massaria, che detto signor duca possiede, in tenimento di Francavilla, nominata Carnovale, ed in contrada così detta San Barbato…(33).

Tra gli addobbi della cappella, pagati da Carlo Ungaro, dovevano esserci quasi certamente tre opere del pittore francavillese Vincenzo Zingaropoli (1779-1836): il Crocifisso, l’Imma­colata, la Madonna della Fontana, eseguite nel 1823 (34).

Parrocchia e Stato civile

Andando avanti negli anni i problemi per gli abitanti de Li Castelli aumentarono e si complicarono; logicamente non furono più sufficienti gli interventi del duca, furono richiesti e si ottennero gli interventi dello stato. I primi due atti pubblici furono: l’elevazione della chiesa de’ Castelli a parrocchia succursale della chiesa collegiata di Francavilla e la nomina di un incaricato per la tenuta dei registri dello stato civile a Li Castelli. Entrambi gli atti sono dell’anno 1830.

Il primo, datato Oria 22 maggio 1830, firmato dal vicario generale Giuseppe Lombardi ed indirizzato a don Angelo Galiani curato di Francavilla, contiene appunto l’elevazione della chiesa de’ Castelli, da parte del vescovo di Oria mons. Michele Lanzetta, a parrocchia succursale e la nomina di don Francesco Sarli di Francavilla a curato sostituto (35).

Il secondo atto, datato 21 agosto 1830, contiene l’approvazione da parte dell’intendente della provincia di Lecce per la nomina di Bartolomeo de Franco a tenere e regolare i registri di nascita e di morte a Li Castelli (36). La proposta di detto nominativo era stata avanzata dal sottintendente di Brindisi, che da Mesagne in data 16 agosto 1830 tra l’altro sriveva: L’individuo indicato è un tal Bartolomeo de Franco; il medesimo fu semplice carbonaro ne’ nove mesi, non esternò alcun riscaldamento, ma fu legionario senza gradi. Egli però è un giovane di ottima condotta morale e religiosa, ed assiste nella cancelleria del regio giudicato di quel circondario nella qualità di commesso (37). La scelta del de Franco era stata effettuata dal Decurionato di Francavilla con deliberazione del 2 luglio 1830 (38).

Stava così nascendo un nuovo Comune, che raggiungerà il riconoscimento ufficiale circa un secolo dopo.

 

NOTE

(1) R. BIONDI, Dalle proprietà degli Ungaro si sviluppa il paese, in   Riflessioni-Umanesimo della Pietra, Martina Franca, luglio 1987, pp. 147-149.

(2) G.UNGARO. Prospetto economico-politico-legale del Regno di Napoli, Napoli, 1807.

(3) Ibidem, pp. 56-57.

(4)  Ibidem, p. 57, nota a.

(5) G. PROCACCI, Storia degli italiani, voI. II, Bari, 1975, p. 319.

(6) G. UNGARO, op. cit. pp. 1-2.

(7) N. VACCA. Terra d’Otranto fine Settecento inizi Ottocento, Bari, 1966, p. 57, nota 2.

(8) Atti delle istallazioni delle Società di Agricoltura in tutte le province del Regno, Napoli, 1811, pp. 193-196.

(9) G.UNGARO, Raccolta di memorie agrarie, politiche, economiche, legali riguardanti il Regno di Napoli, Napoli, 1813, pp. 1-56.
(10) G. UNGARO, Prospetto, cit., pp. 48-49.
(11) lbidem, p. 49.                                  
(12) Ibidem, p. 52.
(13) Ibidem, p. 62.                                  
(14) Ibidem, p. 64.                                  
(15) Ibidem, pp. 66-67.                           
(16) Ibidem, p. 73.
(17) Ibidem, p. 75.
(18) Ibidem, pp. 79-80.
(19) Ibidem, p. 88.                                  
(20) Ibidem, p. 88.
(21) lbidem, pp. 85-86.                           
(22) Erroneamente diversi studiosi, che hanno scritto su Villa Castelli, hanno affermato che sia stato Carlo Ungaro, figlio di Gioacchino, a concedere in enfiteusi i terreni delle tre masserie. Carlo ha solo completato l’opera intrapresa e sviluppata in massima parte dal padre Gioacchino. Anche noi abbiamo ripetuto lo stesso errore, si veda A. BIONDI, Masserie a Villa Castelli: dalle colline murgesi alla pianura salentina, in Riflessioni-Umanesimo della Pietra, Martina Franca, luglio 1986, p. 103.

(23) ARCHIVIO DI STATO DI BRINDISI, Fondo notarile Ceglie Messapico, Protocollo 29 del notaio Michelangelo Gioia, anno 1796, inventario n.1666.
(24) Ivi, ff. 135v/144v.
(25) G. UNGARO, Prospetto, cit., pp. 58-59.

(26) ARCHIVIO DI STATO DI TARANTO. (in seguito AST), Fondo notarile Taranto, Protocollo del notaio Domenico Antonio de Vincentiis, volume 7021, anno 1823, repertorio 78, ff. 214/221v.

(27) Ivi, repertorio 79, ff. 222/231v.

(28) Ivi, repertorio 80, ff. 232/238v.

(29) Ivi, repertorio 146, ff. 351/369v.

(30) Ivi, repertorio 78, f. 216.

(31) C. COLAMONICO, La casa rurale nella Puglia, Firenze, 1970, p. 199. Vi si legge: Del primo nucleo di Villa Castelli, costituito tutto di case a trullo intorno al palazzo feudale, rimangono oggi solamente quattro o cinque abitazioni a coni multipli.

(32) AST, Fondo notarile…, cit., repertorio 231, ff. 560/567v.

(33) Ivi, ff. 560v/563.

(34) N. ARGENTINA, Francesco Forleo-Brayda, Lanciano, 1885, p. 56. Alla nota 1 della stessa pagina si legge: Lo Zingaropoli vi eseguì il Crocifisso, l’Immacolata, la Madonna della Fontana (1823) nella chiesa parrocchiale, a divozione di quelle primitive famiglie, che, a base del contratto di enfiteusi fatto con Carlo Ungaro duca di Monteiasi, trassero ad abitare l’alpestre sito. Monte Castello...

(35) ARCHIVIO VESCOVILE DI ORIA. Bollario di mons. M. Lanzetta, n. 279, p. 28.

(36) ARCHIVIO DI STATO DI LECCE, Intendenza di Terra d’Otranto - Affari Generali, busta 68, fascicolo 1345, carta n. 1.

(37) Ibidem.

(38) Ivi, carta n. 2  

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