VILLA CASTELLI
La nascita di un paese
tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento
di Rocco Biondi
L’attuale
centro abitato di Villa Castelli è nato nei primi anni dell’Ottocento
come naturale conseguenza di una consapevole attuazione, da parte di
Gioacchino Ungaro duca di Monteiasi, della teoria economica che
propugnava la piccola proprietà contro la grande proprietà agraria.
L’Ungaro
aveva infatti acquistato tre vaste masserie (1) dell’ex-feudo
degli Imperiali di Francavilla, incamerato dal Regio Fisco Allodiale
per mancanza di eredi diretti. Queste masserie, che insieme misuravano
oltre mille tomoli, il duca aveva cominciato a concedere in enfiteusi
perpetua a braccianti dei paesi vicini, tramite frazionamento in
piccoli fondi, in media di tre tomoli, con l’obbligo di migliorarli.
Gioacchino
Ungaro parla con grande entusiasmo di questa operazione in un suo
libro del 1807 (2). Nel capitolo dedicato all’agricoltura
scrive: In una gran tenuta, che io comprai non ha guari dal Regio
Fisco Allodiale, che per ridurre a coltura erano appena sufficienti le
ricchezze di Creso, quando col sacrificio di un solo interessato se
ne volea trar profitto, l’impossibilità di poter migliorare la
parte più sterile di questa tenuta m’impegnò a profonde
meditazioni, e queste mi obbligarono a farne tanti piccoli censi colli
naturali de’ paesi convicini. Scelsi a tal opera gente tre quarti
ignuda sulla considerazione, che chi nulla possedeva, potea entrare
solamente a quel gran cimento; animai questa gente, facendo concepire
delle magnifiche speranze, perchè è pur la speranza la panacea
universale, e con delle promesse che dovetti realizzare per loro e per
mio vantaggio. Questa gente, che beveva acqua putrida e si nudriva di
frutti secchi, e che era infettata da tutti que’ vizj che sono il
corredo de’ selvaggi, fu da me utilmente rigenerata... Mercè questa
vantaggiosa operazione, circa mille e duecento moggi di terra che mi
fruttavano appena duecento ducati annui mi danno nello stato presente
al di là di ducati duemila, e mi danno il piacere di veder sussistere
per opera mia un migliajo d’individui che ho civilizzato (3).
A questo punto in una nota a piè di pagina si legge: Questi
valenti agricoltori han fatto fertile un terreno affatto sterile,
perchè intieramente coperto di pietre. Questi agricoltori si possono
meritatamente profondere di quegli stessi elogi che danno gli storici
agli antichi abitanti dell’isola Egina: quest’isola egualmente
sterile e petrosa, collo scavare il terreno e nettarlo di pietre, fu
resa fertile, per cui gli abitanti meritarono il nome di Mirmidoni,
che significa Formiche. - Strabone 1. VIII p. 258 (4).
L’Ungaro porta questa esperienza come esempio in difesa del partito dei piccoli proprietari, inserendosi nel generale movimento di riforme che in quegli anni pervadeva il regno di Napoli. Come la stragrande maggioranza dei rappresentanti della nobiltà e della classe intellettuale anche l’Ungaro, colpito nel suoi interessi dalla repressione borbonica del triennio precedente, aveva accolto con entusiasmo nel 1806 l’ingresso dei francesi in Napoli ed appoggerà attivamente i programmi di riforma portati avanti prima da Giuseppe Bonaparte e poi da Gioacchino Murat dal 1808 fino alla sua fucilazione nell’ottobre 1815.
Il
decennio napoleonico è rimasto nella memoria e nella tradizione
storica napoletana come un’età felice, come una parentesi di buon
governo in mezzo a secoli di cattiva amministrazione (5).Il
regno delle Sicilie - scrive Gioacchino Ungaro - sin da
gran tempo avea preciso bisogno di un re di ottime intenzioni e dell’influenza,
che può avere una regina dolce, illuminata e benefica... L’umanità
de’ pensieri, la soavità de’ costumi, la benevolenza del cuore
dei nostro ottimo re e della sua real consorte finalmente ci
persuadono, che una tal coppia sia spedita a noi dal cielo per
riparare questi bisogni, e per raddolcire la nostra sorte. Il passato
governo che racchiudea in se tutte le cause possibili della sua
distruzione, da per tutto ha seminato desolazioni…(6).
Gioacchino Ungaro e l'agricoltura
Gioacchino
Ungaro, fondatore di Villa Castelli, fu un signore dotto e liberale,
appassionato cultore dei problemi economici ed agrari. Amico di
Filippo Briganti, di Giovan Battista Gagliardo, di Vincenzo Cuoco, di
mons. Giuseppe Capecelatro, e degli uomini più eminenti del regno di
Napoli, l’Ungaro fu fervido sostenitore della piccola proprietà non
solo nei suoi scritti, ma anche nella sua azione pratica (7).
Fu vice presidente della Regia Società di Agricoltura di Terra d’Otranto
e nella seduta d’insediamento di essa, celebrata il primo novembre
del 1810 (8), lesse un importante Progetto per la
conoscenza dell’efficacia, e carattere de’ vini che si producono
dalle uve diverse, e del maturo delle stesse per istabilire con
vantaggio la piantagion delle vigne (9).
L’Ungaro
sostiene che sono molti i mali che affliggono l’agricoltura del
regno di Napoli e che le cause principali di questi mali sono tre: l’ignoranza
de’ nostri villani che coltivano per istinto e per abitudine; l’allontanarsi
dei grandi proprietari dalle proprie terre, anche essi ignoranti
abbandonano i campi alla discrezione di gente infedele per trasferirsi
nella capitale, o aspirando di divinizzarsi coll’onore del libro d’oro,
o per nascondere nella moltitudine e nella confusione le proprie
debolezze; la scarsezza delle nascite, infatti mancano gli
uomini che sono il primo mobile dello stato (10).
Malgrado
però queste ed altre cause negative, sostiene ancora l’Ungaro, noi
abbondiamo di ogni sorta di biade, di vini, di olj, di cotoni, di
lane, legumi, carne, formaggi etc. (11). E
necessario perciò che il governo non guardi più con indifferenza l’agricoltura,
ma la protegga e l’aiuti; senza le cure del governo ogni sforzo
indicherà ciocchè dovrebbe farsi e quello che non si farà giammai (12).
L’Ungaro
oltre ai tre inconvenienti sopra riportati, che arrestano la
fertilità delle nostre terre, ne descrive moltissimi altri.
Ritengo sia opportuno elencarne alcuni, in quanto proprio per l’eliminazione
di essi si impegnò fattivamente Gioacchino Ungaro nelle sue vaste
tenute di Monteiasi e nelle tre masserie che acquistò nel territorio
che successivamente prese il nome di Villa Castelli. Ecco in sintesi
tali inconvenienti: abbandono in cui si lasciano nelle provincie i
piccoli proprietarj e gli agricoltori: ivi, la classe più utile dello
stato, lungi da esser protetta e premiata, è il bersaglio degli
assassini, degli esattori fiscali, delle squadre de’ tribunali, de’
scrivani e della truppa che gira per la conservazione dell’ordine e
delle proprietà. Sinora è stato per noi un problema, se più rovina
portasse all’agricoltore un assassino o la squadra che l’inseguisse
(13).
Inoltre,
la mancanza de’ soccorsi fa restare nelle provincie molte terre
incolte e moltissime pessimamente coltivate. Le cattive raccolte e
tante altre disgrazie volontarie ed involontarie fan sì, che per non
lasciare i campi incolti debbasi ricorrere a’ soccorsi che danno i
negozianti; e quando si è venduto il prodotto, del futuro raccolto a
prezzi, così detti, alla voce, allora la rovina del proprietario e
dell’agricola è già compita (14). Deve
essere quindi ingaggiata una dura lotta contro gl’infami
contratti d’usura (15).
L’uomo
viene premiato in ragione inversa dell’utile che produce. E’ la
triste realtà dei privilegi nobiliari. I privilegi invece non
dovrebbero essere ereditari e perpetui, ma dati in ragione del merito,
o meglio ancora dovrebbero essere accordati solo alla classe dei
produttori (16).
Il
legame che soffre fra noi il commercio de’ grani, avvilisce i prezzi
di questa derrata; e questo avvilimento rovina e gli agricoltori e l’agricoltura
(17). Non viene proposta una liberalizzazione
illimitata a questo commercio, ma si invita il governo ad esperire
tutti i mezzi per equilibrare il mercato ed eliminare monopoli e
contrabbando (18).
Denuncia,
ancora, la mancanza di mercati che assicurino uno sbocco agli
agricoltori per la vendita dei loro prodotti (19) e l’inefficienza
della viabilità (20).
I
proprietarj che vivono lontani dalle loro terre senza affittarle,
producono un danno all’agricoltura, non solo per la scarsa
produzione de’ frutti, ma ancora perchè le spese di
amministrazione assorbiscono una gran parte delle rendite. Le leggi
dovrebbero favorire gli affitti, e specialmente gli affitti a tempo
lungo (21).
Concessione in enfiteusi del territorio di Villa Castelli
Coerente
con questo ultimo enunciato Gioacchino Ungaro cominciò subito a
concedere in enfiteusi perpetua i terreni appartenenti alle tre
masserie che aveva acquistato nell’anno 1793 nel territorio di Villa
Castelli, frazionandoli in tanti piccoli appezzamenti (22).
Nel
1796 vengono stipulati ben 80 di tali contratti presso il notaio
Michelangelo Gioia di Ceglie; il primo porta la data deI 6 marzo e l’ultimo
del 21luglio (23).
Trascriviamo
ampi stralci dal primo contratto stipulato tra il duca Gioacchino
Ungaro, tramite il suo procuratore sacerdote don Dionisio Greco di
Ceglie, e Vitantonio Gianfreda anch’egli di Ceglie. Le clausole di
questo contratto verranno ripetute integralmente, con solo qualche
piccolissima variante formale, in tutti i contratti successivi.
Il
suddetto don Dionisio Greco spontaneamente asserisce nella nostra
presenza, come detto signor duca suo principale tiene, e possiede una
tenuta di terre chiuse denominata la pezza della Corte con vari alberi
di olivi; site nel feudo di Francavilla, recentemente acquistate dal
Regio Fisco Allodiale di Francavilla suddetto, giusta li suoi notorj
confini.
E
perchè detto signor duca non può attendere, nè far attendere alla
migliorazione dei terreni suddetti, si risolse perciò quelle dare, e
concedere a migliorare sotto annuo perpetuo canone, o sia censo
enfiteutico, e colle diligenze pratticate, si convenne col suddetto
Gianfreda di concedere allo stesso tomola sei, e stoppelli sei di
dette terre...
E questo sotto il suddetto annuo canone, o sia censo enfiteutico perpetuo di docati nove, e grana quarantacinque in monete di argento; e sotto l’infrascritti patti, vingoli, condizioni, e riserve, vidilicet.
Primo: pagabile il suddetto annuo perpetuo canone…, in ogni anno, et in perpetuum, e fare il primo pagamento nel dì quindeci del mese di agosto dell’anno mille settecento novantasette, non ostante, che da oggi suddetto giorno esso Gianfreda ne prende il possesso… e non ostante ancora qualsivoglia impedimento di peste, e guerra...
Secondo:
che mancando il suddetto Vitantonio Gianfreda presente, suoi
eredi, e successori dal pagamento del suddetto annuo perpetuo censo…
per tre anni continui per qualsivoglia causa, anche fusse giusta…
cadono dalla suddetta concessione, ed il suddetto territorio, come
sopra, censuito, si devolva, e sia… devoluto a beneficio di esso
signor duca concedente, suoi eredi, e successori; e sia lecito alli
medesimi quello di pigliarsi colli miglioramenti che in esso si
troveranno fatti…
Terzo:
che detto Gianfreda presente, suoi eredi, e successori siano
tenuti, e debbano, siccome il medesimo Vitantonio Gianfreda promette,
ed obbliga se stesso, suoi eredi e successori migliorare dette
tornola sei, e stoppelli sei di terre, ut
supra, in enfiteusi concessoli, con piantare in esse alberi
fruttiferi, viti, etc. frà
lo spazio di cinque anni continui decorrenti dal dì quindeci del mese
di agosto corrente anno mille settecento novantasei; di maniera, che
infine di detti anni cinque fussero dette terre intieramente ridotte a
perfetta coltura…
Quarto:
che la concessione suddetta, ed il natural possesso di dette
terre non s’intenda in modo, o tempo alcuno trasferito a detto
concessionario, suoi eredi, e successori, e non meno vi si possa
acquistare jus alcuno
dalli loro creditori anche pniviligiati fussero; ma il dominio
predetto sempre s’intende, e resta espressamente riserbato a
beneficio di esso signor duca concedente, di lui eredi, e successori.
Quinto:
si stabiliscono le
condizioni per una eventuale alienazione delle terre concesse.
Sesto:
che gli eredi, e successori in
perpetuum di detto concessionario non possano, nè debbano dividere
frà loro detto annuo canone di docati nove, e grana quarantacinque
per la quota ereditaria, ma fussero tenuti, come lo stesso
concessionario obbliga se stesso, di lui eredi, e successori al
pagamento in solidum per intero e non già pella suddetta quota
ereditaria, al qual beneficio esso Gianfreda con giuramento rinuncia.
Settimo:
che nelle annate, che il medesimo Gianfreda, suoi eredi, e successori
seminassero grano, ed avena in dette terre, la paglia nascente da
dette vettovaglie, purchè non servisse per uso delle loro proprie
cavalcature, siano tenuti, come si obbliga con giuramento detto
Gianfreda, di lui eredi, e successori darla in
perpetuum a detto signor duca concedente…
Ottavo:
che fusse tenuto, ed obbligato detto signor duca concedente per lo
spazio di anni otto da oggi decorrenti dare al nominato concessionario
Gianfreda, e alli di lui eredi, e successori, e famiglia dei medesimi
l’uso dell’acqua per bere, e cucinare nella foggia nuova; o dove
più li piacera;…
Nono:
che siccome tutti li passaggi locali, che si richiedono per condursi
li concessionarj ne’ respettivi loro poderi si devono lasciare da
esso signor duca concedente, così li stessi restano intieramente a
beneficio del medesimo;…
Decimo:
che venendosi a farsi oliveto nei terreni predetti da portar
frutto; esso Gianfreda, di lui eredi, e successori siano tenuti, ed
obbligati macinar quello nel trappeto del menzionato signor concedente
duca...; Pari inteso, che siccome il nominato signor duca concedente,
di lui eredi, e successori darà un commodo di rimettere per ogni
cinque persone, o sei di detti concessionarj il loro frutto delle
olivi nei cameni proprj gratis; così esso Gianfreda, e di lui eredi,
e successori debbano restar le nozze nascenti da dette olivi a
beneficio del medesimo signor duca, di lui eredi, e successori anche
gratis.
Undecimo:
Possiede il nominato signor duca una niviera nella masseria denominata
l’Antoglia contigua a detti terreni conceduti tanto al suddetto
Gianfreda, che agli altri naturali di essa terra di Ceglie; e
facendosi il caso di cader nevi da raccogliere, il medesimo Gianfreda
obbliga se stesso, suoi eredi, e successori andare a raccogliere, ed a
battere detta neve raccolta in detta niviera; ed il prefato signor
duca concedente, di lui eredi, e successori pagare a raccoglienti, e
battitori la giusta mercede, come pagherà gli altri fatigatori
sjstenti nella raccolta, o battitura di detta neve; dandogli le stesse
a seconda di detto mestiere; e facendosi tutto ciò per lo più
sollecito disbrigo di empirsi la niviera suddetta secondo le regole
dell’arte.
Decimo
secondo: si stabilisce che
in caso di piantagione di alberi bisognerà rispettare una distanza di
palmi quindeci dal confine.
Decimo
terzo: che detto concessionario od enfiteuta fuori del suddetto annuo
canone… non è tenuto a pagare altra imposizione…
Decimo
quarto: che detto concessionario volendo in dette terre a tempo
proprio metter fuoco, che gli sia lecito farlo; ma prima però sia
tenuto, siccome con giuramento si obbliga far inteso due giorni prima
detto signor duca;…
Decimo
quinto: che fusse tenuto detto signor duca,… in tutti li giorni
festivi dell’anno far dir la
messa nella cappella sjstente nei Castelli da un cappellano eligendo
da lui, ed a sue proprie spese;…(24).
Circa
dieci anni dopo questa spartizione dei suoi vasti terreni tra tanti
piccoli enfiteuti, Gioacchino Ungaro è talmente entusiasta dei buoni
risultati conseguiti che esclama con orgoglio: Felici popoli,
quando i gran proprietari possedessero l’incantesimo di saper
arricchire nel tempo stesso i loro simili e le loro famiglie. Chi vuol
far pompa di eloquenza e di erudizione per sostener il partito de’
gran proprietarj e non credere all’esempio addotto, vada egli pure
nella provincia di Lecce; e quando vedrà tra i sassi de’ giardini
deliziosi, dica senza timor di mentire: questa è l’opra de’
piccoli proprietari, e questa terra appartiene pure al duca di
Montejasi (25).
Carlo
Ungaro, succeduto al padre Gioacchino nella proprietà, seguì la sua
stessa politica e continuò a dividere fra vari enfiteuti le terre che
ancora gli rimanevano. Sono dell’anno 1823 quattro strumenti rogati
dal notaio Domenicantonio de Vincentiis di Taranto, con i quali
venivano assegnate in enfiteusi perpetua 38 partite, in media di tre
tomoli ciascuna. Le prime sette partite di terre incolte appartenevano
alla masseria Li Castelli e propriamente alla pezza detta il Lezzito (26).
Anche altre sedici partite appartenevano alla masseria Li Castelli, ma
erano situate nella pezza detta il Barco (27). Cinque
partite, anch’esse della masseria Li Castelli, si trovavano nella
pezza detta sotto la Battaglia (28). Ed infine altre dieci
partite appartenenti alla masseria Antoglia e Castelli erano collocate
nella pezza nominata Rascinola (29). Procuratore di Carlo
Ungaro per i quattro atti fu il cavaliere Giantomaso Marrese,
proprietario domiciliato in Monteiasi.
I
primi tre atti furono redatti il 2 marzo 1823 nella masseria Li
Castelli, infatti così recita la parte finale del primo atto: Fatto,
e stipulato nella masseria delli Castelli, di proprietà del sig. duca
di Monteasi, distretto di Francavilla, provincia di Terra d’Otranto,
nell’abitazione della stessa, nella camera di letto a man destra
della sala, corrispondente alla parte di tramontana. La stessa
formula verrà ripetuta negli altri due atti. Gli enfiteuti erano tutti
naturali e bracciali del Comune di Ceglie, solo don Leonardo Greco
era sacerdote. Il quarto atto fu redatto in Grottaglie il 1° maggio
1823; gli enfiteuti erano tutti campagnoli di Grottaglie.
Per
il pagamento dell’annuo canone si obligano essi censuarj ogni uno
per la sua quota darlo, e pagarlo in ogni anno nel comune di Montejasi,
o sopra luogo in mano del fattore, o al signor duca, o a chi ne farà
le veci, unica soluzione in ogni dì quattordici di agosto per
ciascheduno anno, di moneta d’argento corrente di questo regno, in
esclusione di qualunque carta, o altra forma prescritta, o
prescrivenda dal governo…(30).
L’indispensabile
assidua presenza sulle terre dell’Ungaro di tanti contadini,
nullatenenti altrove, cominciò a portare come conseguenza la
necessità per questi ultimi di trasferirsi con le loro famiglie dai
loro paesi di origine nel luogo che dava loro da vivere. Cominciarono
a sorgere nelle campagne ed intorno al palazzo ducale dimore dall’architettura
a trullo o tipo trullo (3l).
La Cappella del Crocefisso
L’accrescersi
continuo e spontaneo di case ed abitanti pose gradatamente problemi di
ordine civile e sociale. Inizialmente a tali problemi cercò di dare
soluzioni il duca stesso. E’ del 21 luglio 1823, ad esempio, un atto
redatto dal notaio Domenicantonio de Vincentiis di Taranto, con il
quale Carlo Ungaro, tramite il suo procuratore e cognato Giantomaso
Marrese, effettuava una donazione a favore della cappella del
Crocefisso, da lui stesso fatta costruire negli anni precedenti nella
masseria li Castelli (32). Nell’atto si legge: il Marrese
ha dichiarato, come dichiara, che possedendo il detto suo cognato,
la masseria nominata li Castelli, nel tenimento di Francavilla, di
molta estensione di terre; e per la coltivazione, e buona
manuntenzione delle stesse, molti individui di diverse parti han
dovuto colà istallarsi, col censirsi le dette terre, ... e per
cui han colà costruite delle molte case rustiche ad uso di loro
abitazione.
E
comecchè il detto signor duca riflettè, che senza di una cappella
grande, comoda, ed atta a quella popolazione per il culto divino, non
altrimenti potea egli godere gli effetti della Divina Provvidenza:
facendo ascoltare a tutti quelli individui il sacrificio della messa
quotidiana; così risolse di edificare la cappella sudetta, sotto il
titolo del Santissimo Crocefisso…, e per sua vera divozione egli ha
inteso di assegnare alla stessa, quella rendita confacente alla
celebrazione sudetta, tenendovi colà un cappellano continuo.
E
perciò…, ha donato, come dona irrevocabilmente tra vivi a beneficio
della cappella sudetta già costruita,… non solamente il fondo, dov’è
stata la medesima situata; ma eziandio tutte le spese ero gate sì
nella costruzione, che nell’addobbamento, già fatto…
Inoltre..,
ha dotato, come dota, ed assegna alla cappella medesima, l’annua
rendita di docati settanta due, per celebrarsi la messa quotidiana
perpetua…
E
per cautela e sicurezza di detti annui docati settanta due... ha
ipotecato, come ipoteca in specie la massaria, che detto signor duca
possiede, in tenimento di Francavilla, nominata Carnovale, ed in
contrada così detta San Barbato…(33).
Tra
gli addobbi della cappella, pagati da Carlo Ungaro, dovevano esserci
quasi certamente tre opere del pittore francavillese Vincenzo
Zingaropoli (1779-1836): il Crocifisso, l’Immacolata, la Madonna
della Fontana, eseguite nel
Parrocchia
e Stato civile
Andando
avanti negli anni i problemi per gli abitanti de Li Castelli
aumentarono e si complicarono; logicamente non furono più sufficienti
gli interventi del duca, furono richiesti e si ottennero gli
interventi dello stato. I primi due atti pubblici furono: l’elevazione
della chiesa de’ Castelli a parrocchia succursale della chiesa
collegiata di Francavilla e la nomina di un incaricato per la tenuta
dei registri dello stato civile a Li Castelli. Entrambi gli atti sono
dell’anno 1830.
Il
primo, datato Oria 22 maggio 1830, firmato dal vicario generale
Giuseppe Lombardi ed indirizzato a don Angelo Galiani curato di
Francavilla, contiene appunto l’elevazione della chiesa de’
Castelli, da parte del vescovo di Oria mons. Michele Lanzetta, a
parrocchia succursale e la nomina di don Francesco Sarli di
Francavilla a curato sostituto (35).
Il secondo atto, datato 21 agosto 1830, contiene l’approvazione da parte dell’intendente della provincia di Lecce per la nomina di Bartolomeo de Franco a tenere e regolare i registri di nascita e di morte a Li Castelli (36). La proposta di detto nominativo era stata avanzata dal sottintendente di Brindisi, che da Mesagne in data 16 agosto 1830 tra l’altro sriveva: L’individuo indicato è un tal Bartolomeo de Franco; il medesimo fu semplice carbonaro ne’ nove mesi, non esternò alcun riscaldamento, ma fu legionario senza gradi. Egli però è un giovane di ottima condotta morale e religiosa, ed assiste nella cancelleria del regio giudicato di quel circondario nella qualità di commesso (37). La scelta del de Franco era stata effettuata dal Decurionato di Francavilla con deliberazione del 2 luglio 1830 (38).
Stava così nascendo un nuovo Comune, che raggiungerà il riconoscimento ufficiale circa un secolo dopo.
(1)
R. BIONDI, Dalle proprietà degli Ungaro si sviluppa il paese, in
Riflessioni-Umanesimo della Pietra, Martina Franca,
luglio 1987, pp. 147-149.
(2)
G.UNGARO. Prospetto economico-politico-legale del Regno di Napoli, Napoli,
1807.
(3)
Ibidem, pp. 56-57.
(4)
Ibidem, p. 57, nota a.
(5)
G. PROCACCI, Storia degli italiani, voI. II, Bari, 1975, p. 319.
(6)
G. UNGARO, op. cit. pp. 1-2.
(7)
N. VACCA. Terra d’Otranto fine Settecento inizi Ottocento, Bari,
1966, p. 57, nota 2.
(8)
Atti delle istallazioni delle Società di Agricoltura in tutte le
province del Regno, Napoli, 1811, pp. 193-196.
(9)
G.UNGARO, Raccolta di memorie agrarie, politiche,
economiche, legali riguardanti il Regno di Napoli, Napoli, 1813,
pp. 1-56.
(10) G. UNGARO, Prospetto, cit., pp. 48-49.
(11) lbidem, p. 49.
(12) Ibidem, p. 52.
(13) Ibidem, p. 62.
(14) Ibidem, p. 64.
(15) Ibidem, pp. 66-67.
(16) Ibidem, p. 73.
(17) Ibidem, p. 75.
(18) Ibidem, pp. 79-80.
(19) Ibidem, p. 88.
(20) Ibidem, p. 88.
(21) lbidem, pp. 85-86.
(22) Erroneamente diversi studiosi, che hanno scritto su Villa
Castelli, hanno affermato che sia stato Carlo Ungaro, figlio di
Gioacchino, a concedere in enfiteusi i terreni delle tre masserie.
Carlo ha solo completato l’opera intrapresa e sviluppata in
massima parte dal padre Gioacchino. Anche noi abbiamo ripetuto lo
stesso errore, si veda A. BIONDI, Masserie a Villa Castelli: dalle
colline murgesi alla pianura salentina, in Riflessioni-Umanesimo
della Pietra, Martina Franca, luglio 1986, p. 103.
(23) ARCHIVIO DI STATO
DI BRINDISI, Fondo notarile Ceglie Messapico, Protocollo 29 del
notaio Michelangelo Gioia, anno 1796, inventario n.1666.
(24) Ivi, ff. 135v/144v.
(25) G. UNGARO, Prospetto, cit., pp. 58-59.
(26)
ARCHIVIO DI STATO DI TARANTO. (in seguito AST), Fondo
notarile Taranto, Protocollo del notaio Domenico Antonio de
Vincentiis, volume 7021, anno 1823, repertorio 78, ff. 214/221v.
(27) Ivi, repertorio
79, ff. 222/231v.
(28)
Ivi, repertorio 80, ff. 232/238v.
(29)
Ivi, repertorio 146, ff. 351/369v.
(30)
Ivi, repertorio 78, f. 216.
(31)
C. COLAMONICO, La casa rurale nella Puglia, Firenze, 1970, p.
199. Vi si legge: Del primo nucleo di Villa Castelli, costituito
tutto di case a trullo intorno al palazzo feudale, rimangono oggi
solamente quattro o cinque abitazioni a coni multipli.
(32)
AST, Fondo notarile…, cit., repertorio 231, ff. 560/567v.
(33)
Ivi, ff. 560v/563.
(34)
N. ARGENTINA, Francesco Forleo-Brayda, Lanciano, 1885, p. 56. Alla nota 1 della stessa pagina si legge: Lo Zingaropoli vi
eseguì il Crocifisso, l’Immacolata, la Madonna della Fontana (1823)
nella chiesa parrocchiale, a divozione di quelle primitive famiglie,
che, a base del contratto di enfiteusi fatto con Carlo Ungaro duca
di Monteiasi, trassero ad abitare l’alpestre sito. Monte
Castello...
(35) ARCHIVIO VESCOVILE DI ORIA. Bollario di mons. M.
Lanzetta, n.
279, p. 28.
(36) ARCHIVIO DI STATO DI LECCE, Intendenza di Terra d’Otranto -
Affari Generali, busta 68, fascicolo 1345, carta n. 1.
(37) Ibidem.
(38) Ivi, carta n. 2